Discendendo placidamente nel verso australe le acque emissarie del flutto che fugge dal Benaco, il Mincio, a soli 8 km da Peschiera del Garda, compare un immenso Verde Regno alberato, “vialato” e cinto, geloso custode di molteplici meraviglie, considerate tra le più fascinose del mondo. Id est il Parco Sigurtà, residente in quel di Valeggio sul Mincio nella estremità occidentale della provincia di Verona, vicino di casa del confine lombardo.
“Sì dilettosa qui scorre la vita, ch’io qui scrupolo avrei farmi eremita”. Questo è l’epigramma che si può reperire nella verdeggiante riserva, composto dal poeta veronese Ippolito Pindemonte, ed esattamente nel bosco a lui dedicato, uno dei più celebri secolari visitatori del luogo. Difatti le origini “parcensi” si fanno risalire al 14 maggio 1407, durante la dominazione veneziana di Valeggio, momento nel quale il patrizio lagunare Gerolamo Nicolò Contarini acquista per 5.428 ducati d’oro e 40 soldi, tre fattorie poste in liquidazione: quella Scaligera, Carrarese e Viscontea, edificandovi la Casa del Patron, detta anche “Domus Magna”. Successivamente (e per 6.000 ducati d’oro) il possedimento passa alla famiglia Guarienti, la quale governerà il sito per 190 anni (dal 1436 al 1626). L’area, anticamente, prendeva il nome di “brolo cinto de mura” (termine derivante dal celtico ed entrato nell’uso dal latino tardo, brogilus, in seguito broilus, broilum e brolius), con similitudini ricorrenti negli attuali masi chiusi del Sud-Tirolo. Si trattava di un luogo all’interno del quale viveva una famiglia nobile o patrizia, in un edificio principale con un certo numero di dipendenti con le loro famiglie viventi a loro volta in edifici minori. Ivi, cinte da alte mura trovavano spazio anche le altre strutture idonee alle varie funzioni (cappella di famiglia, scuderia, torre colombaia, stalle, porcile, pollaio, magazzini e fienili). All’interno del “brolius” esisteva altresì il giardino, destinato agli ozi dei proprietari.

Il brolo di Valeggio oggi possiede le medesime dimensioni e forme fissate e documentate sin dal 1616. In una carta del 1627 si sfoglia che il brolo viene attraversato da numerose strade panoramiche “per bellezza”. La piacevolezza della località già appariva ai possidenti del tempo. Riprendendo la successione dinastico-proprietaria, dopo la famiglia Guarienti fa seguito la stirpe dei Maffei per i seguenti 210 anni (dal 1626 al 1836). Come preambolato, qui, nel 1792 vi soggiornò alcuni giorni lo scrittore scaligero Pindemonte (1753-1828), ospite dello zio, il marchese Antonio Maffei. Lo speciale ospite viene immediatamente rapito dalla geometricità dei giardini e dalla mirevolezza dei paesaggi, grande cultore del giardino all’inglese (dove “sì misto il culto è col negletto”). E proprio da questi ammalianti pensieri prenderà avvio la germinazione del futuro boschivo del Giardino. Succede la famiglia Nuvoloni per 93 anni (dal 1836 al 1929). In questo periodo passano da qui personaggi illustri come Francesco Giuseppe I d’Austria e Napoleone III. Una curiosità: durante la seconda guerra d’indipendenza l’elvetico Henry Durant, di fronte alla generosità delle donne del luogo che soccorrevano tutti i feriti non badando alle divise, trae ispirazione per la nascita di una nota organizzazione umanitaria tutt’oggi operante: la Croce Rossa Internazionale. Nel 1929 il complesso viene venduto a Maria Paulon, moglie del medico del luogo, Cesare Sangiovanni. Punto temporale fondamentale per il destino del Parco valeggiano è l’aprile 1941 quando l’industriale farmaceutico di Milano, Giuseppe Carlo Sigurtà acquista la proprietà. Egli scopre di avere un antico diritto di prelevamento di acque dal Mincio, a scopo irriguo in quanto membro del Consorzio Opificianti e Sifonisti. Con l’irrigazione trasforma alcune aride colline moreniche della valle minciana in una vegetazione virente e impareggiabile. Oggi tal superficie, appartenente sempre ad un solo proprietario, come da tradizione secolare, viene curata e amministrata con grande attenzione e maestrìa nel corso degli anni dal nipote Enzo e dai figli di quest’ultimo, Magda e Giuseppe, i quali in ossequio alla promessa da loro resa a papà e mamma proseguono nella passione famigliare.
Ma scopriamo, una ad una, a piedi o in bicicletta (qui noleggiabile), le bellezze ammalianti presenti all’interno di questo magnifico complesso ecologico padano, aperto dal 1978 e constante di una superficie di 600.000 metri quadrati.
In primis il Viale delle Rose, l’immagine più nota del Parco. Ad ogni rinascita primaverile qui lungo 1 km sbocciano più di 30.000 rose Queen Elizabeth e Hybrid Polyanthe e Floribunda. Sullo sfondo del Viale compare maestoso il Castello Scaligero (secoli X-XIV), il quale pur “extramoenia” (fuori dalle mura) grazie ad un gioco di prospettiva diviene parte integrante della visione d’insieme. Il Labirinto, suggestivo dedalo di siepi con i suoi 1.500 esemplari di Tasso si snoda tra piante alte più di 2 metri e su una superficie di 2.500 metri quadrati. All’interno dell’intrico è posta una Torre, ispirata a quella del parco parigino di Bois de Boulogne, con una cupola rivestita di rame e due scale contrapposte (con un’altezza di 2,50 metri). Da essa si possono ammirare le verdi geometrie. Il “Grande Tappeto Erboso” è il manto verde più esteso del luogo. Al suo interno i Laghetti Fioriti, circondati da un romantico Salice Piangente e da piante annuali che vengono messe a dimora secondo l’ordine stagionale: nel periodo più caldo Begonie, Tacete, Salvia e Colues ed in quello autunnale le Viole del Pensiero, i Nontiscordardimé e le Margherite. Tra i suoi flutti emergono le placide Ninfee e gli Ibischi acquatici nei quali guizzano le carpe giapponesi Koi. Vi è poi la Meridiana orizzontale realizzata nel 1990 dall’ingegnere Dante Tognin e caratterizzata da un simbolo, un tracciato geometrico inciso elettronicamente sul quadrante. Gli elementi che la costituiscono (una circonferenza, 64 iperboli, 32 punti e un cerchio), rappresentano in una visione simbolico-figurativa il “Sole sorgente della vita”. Il Giardino delle Piante Officinali è una piccola area nascosta dove vengono coltivate circa 40 diverse tipologie di piante terapeutiche. Al suo centro una statua leonina realizzata dallo scultore Giuseppe Brigosi (1901-1960) in atteggiamento vigilante. Vi sono poi i Giardini Acquatici che, per colori e suggestioni rimembrano le tele impressioniste, con il riflesso idrico del Castello Scaligero unito a galleggianti e delicate Ninfee rustiche e tropicali.
Si erge solitario più avanti un grazioso tempietto, fatto edificare nel 1792 dal Marchese Maffei, l’Eremo di Laura, di fronte alla cui entrata discende una gradinata a viale che conduce ai cosiddetti Quattro Laghetti dell’Eremo, uno dei tanti punti panoramici dai quali è possibile godere di una vista privilegiata. Incontriamo sul nostro cammino la Pietra della Giovinezza, un grosso masso a forma di cubo. Dietro ad esso, su un lastrone di roccia incorniciato da secolari Bossi, si possono leggere le parole di vita e di speranza scritte dal poeta americano Samuel Ulman (1840-1924), un inno alla giovinezza di spirito e di cuore, il credo della Famiglia Sigurtà e di Albert Bruce Sabin, il grande scienziato, sovente ivi ospite. La nostra prossima sosta è presso il Castelletto, un edificio merlato con finestre neogotiche, adibito ab origine a Sala d’Armi. Un luogo idilliaco di accoglienza e di ricordo. Nello scorso secolo questo piccolo e incantato scorcio è stato teatro spesso di tavole rotonde e workshop di carattere scientifico e letterario. Sulla facciata, infatti, è affissa una lapide rimembrante la presenza di scienziati e Premi Nobel come Gerhard Domagk, Alexander Fleming, Salmon Abraham Walksman, Albert Bruce Sabin (sovracitato) e Konrad Zacharias Lorenz. Uno stage rilassante può realizzarsi sotto la Grande Quercia che con i suoi quattro secoli di età si presenta come la pianta più antica del Giardino e la attrazione più amata (con una circonferenza del tronco e della chioma rispettivamente di 6 e 120 metri per una superficie di circa 1.000 metri quadrati). Infine la Fattoria di Tà. Al suo interno asini, pecore, caprette, galline, tacchini e anatre arredano questa area ludico-didattica destinata ai bambini e alle famiglie, la quale partecipa al progetto per la conservazione e la valorizzazione di razze avicole locali venete, promosso da Veneto Agricoltura.

Ma in realtà i veri padroni del Parco sono i fiori, imperatori del bello, sboccianti in tutta la loro magnificenza nelle stagioni più amate.
I Tulipani aprono le danze e rappresentano la fioritura più attesa di inizio primavera. Con Giacinti, Muscari e Narcisi i bulbi emergono in fantastiche composizioni ed in eleganti aiuole o “in natura” con differenti altezze, dimensioni e colori. La prima grande fioritura, la più estesa nel suo genere nel Sud Europa e la più famosa d’Italia, rivela deliziose macchie cromatiche: dal giallo-arancio al rosso, dal ciclamino al bianco, con il Black Charme, raffinato nel suo colore nero e la Queen of the Night (la “Regina della Notte”), passando per la varietà dei toni viola scuro. Gli Iris regnano dagli ultimi giorni di aprile fino alla metà di maggio, colorando il Viale delle Fontanelle con i loro petali giallo, arancione e viola. Conosciuti anche come “orchidee da giardino” denotano sentimenti diversi a seconda della varietà: l’Iris di Faraone allude alla fatalità, la Fimbriata di amore esaltato, la Pratense di buona notizia, la Tuberosa di desolazione. Ma la fioritura più famosa del Parco è sicuramente, dal mese di maggio, quella delle Rose, vere regine incontrastate e simbolo di eleganza, bellezza e fragilità, che con la loro soavità regalano uno scenario meraviglioso. Il periodo estivo è il tempo delle Ninfee tropicali e rustiche (molto amate nell’antichità, presenti infatti in fregi ritrovati in India e risalenti al 250 a.c. e in sculture, dipinti e papiri dell’Antico Egitto), danzanti con leggiadrìa sui 18 Laghetti del “Giardino” con petali dalla tonalità rosa pallido, rosa intenso, rosso, ciclamino, bianco e giallo. In tal spezzone annuale compaiono anche i Fior di Loto dai grandi petali bianchi e rosa chiaro. Novità recente sono le Dalie, in 30 colorate varietà, originarie del Messico. Il loro nome lo si deve al botanico svedese Anders Dahl, allievo di Linneo, il quale riuscì nell’intento di riprodurre tali piante mediante semina. Le tonalità vanno dal bianco al rosa, dal giallo al rosso bordeaux con forme a palla, doppia, a forma di margherita, di pon-pon oppure globosa. Uno spettacolo sino all’inizio dell’autunno. Ed è proprio in questa ultima stagione che si chiude il corso delle cinque grandi fioriture con gli Aster, conosciuti anche come Settembrini. I loro petali color azzurro e viola creano un affascinante contrasto con le tonalità smeraldo del manto erboso. L’eleganza di tali fiori (dal greco aster, “stella”) fu decantata anche dal poeta latino Virgilio, il quale le considera come “fiore gradito alle api” e scrive “a volte se ne intrecciano collane per ornare gli altari delle divinità”. A completare il quadro giungono la Canna Indica, i Superpatients, la Zinnia e gli Impatiens. Un viaggio cromatico con tonalità variegate che lasciano il visitatore sognante e completamente di stucco.
«Il 19 marzo del 1978 per la prima volta Parco Sigurtà fu aperto al pubblico» raccontano Magda e Giuseppe Sigurtà – figli di Enzo, professore universitario e psichiatra, nipote del fondatore Carlo – gli eredi e gestori odierni. «Papà Enzo era consapevole di offrire un prodigio ecologico ai visitatori, per lui esso era come un terzo figlio». Passeggiando o in sella, questo Eden non solo può essere ammirato con i suoi sentieri, ma anche calpestato, annusato nei suoi profumi floreali e permette di specchiarsi nei laghetti cristallini, tutto ciò raramente consentito nei parchi italiani. Una sicurezza, o “sicurtà” naturale e meravigliosa che ha pochissimi eguali nel suo genere a livello continentale e oltre, richiamando ogni anno centinaia di migliaia di visitatori e gli elogi entusiastici ed euforici di famosi botanici. Tanto più pluripremiato a livello nazionale e non, fregiandosi – tra i tanti – del titolo di Secondo Parco Più Bello d’Europa ottenuto nel 2015 dall’European Garden Award. Un fantastico e indimenticabile Polmone Verde veneto, esempio di cura, passione e dedizione, venerato, o meglio “venetato” da ogni parte, a guisa di imitazione, ma senza successo.
L’autentico e “sigurto” Giardino d’Europa.
Enrico Andreoli
6 maggio 2026
Cit. www.sigurta.it





