Vi sono incontri a livello diplomatico internazionale che in modo diretto e a livello di sfondo pervasivo ci indicano con sufficiente chiarezza il momento storico che stiamo vivendo e quali siano le superpotenze che guidano realmente il Pianeta Terra in questo primo quarto di secolo del XXI° secolo, vale a dire USA e Cina.
L’incontro tenutosi a Pechino dal 13 al 15 maggio 2026 tra il presidente americano Donald Trump e quello cinese Xi Jinping – il primo tra i due fu l’8 novembre 2017 sempre nella capitale cinese – è da inquadrarsi in questo contesto fortemente instabile caratterizzato in primis dalle guerre in Ucraina e nel Golfo Persico, ma non solo. Il summit nella metropoli mandarina si inserisce nel solco già avviato l’anno precedente con il vertice di Busan (Corea del Sud) tra i due leader tenutosi il 30 ottobre 2025, durante il quale il tycoon aveva annunciato la propria intenzione di visitare la Cina nell’aprile 2026, evidentemente posticipato al mese successivo a causa dello scoppiare delle ostilità tra Stati Uniti e Iran . La delegazione americana è stata composta dal Segretario di Stato Marco Rubio, dal Segretario della Difesa Pete Hegseth e dalla presenza contemporanea di 18 dirigenti delle più potenti aziende americane tra cui Tim Cook di Apple, Elon Musk di Tesla e Space X, Kelly Ortberg di Boeing e Jensen Huang di Nvidia.
È evidente che il meeting ha rappresentato, manco a dirlo, il confronto tra i due maggiori competitor economici del mondo e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha coinciso con la percezione di Pechino come il grande rivale del nuovo millennio. Da questo punto di vista sia la National Security Strategy che la National Defense Strategy indicano la volontà dell’aquila nordamericana di mantenere un equilibrio di potere favorevole nei riguardi del dragone asiatico in modo da mantenere una situazione di stabilità accettabile per entrambi, pur rimanendo una grande competizione nell’ambito commerciale. Come a dire, “siamo potenti, ma non facciamoci del male”. Dal canto cinese, il recente libro bianco sulla sicurezza nazionale[1] stabilisce come il Paese abbia come obiettivo la coesistenza pacifica nei confronti degli USA in modo da garantire la preservazione della stabilità globale.
Nei fatti, però, non bisogna ignorare la ‘guerra commerciale’ in atto tra le due superpotenze, ne è una riprova l’aumento dei dazi statunitensi fino al 140% avvenuto tra aprile e ottobre 2025, a cui la controparte ha replicato potendo esercitare pressione sull’avversario attraverso la propria supremazia nel settore delle terre rare. Risultato: fine dell’escalation trumpiana. Non è nemmeno una novità il tentativo di Cina e Russia di porre fine al primato del dollaro americano, con l’ordine impartito dalla prima ad ignorare – figuriamoci la seconda – le sanzioni a stelle e strisce continuando indisturbate nei loro acquisti di petrolio iraniano. Pechino difatti è il maggiore acquirente di petrolio da Teheran con 1,5 milioni di barili al giorno, ragion per cui la visita di Trump ha rivelato la necessità di una vittoria diplomatica per la Casa Bianca dato lo stallo della crisi dello Stretto di Hormuz – ancora in corso – e in vista delle elezioni di medio termine di novembre in America che rinnoveranno i rami del Congresso. In ogni caso la visita si è rivelata sin dai primi momenti molto collaborativa e distesa quando Xi Jinping ha accompagnato il suo ospite presso il complesso di Zhōngnánhǎi a Pechino, un luogo fortemente evocativo dei valori di unione e concordia grazie ai due Liánlǐbǎi presenti: due cipressi dai tronchi alla base separati, ma cresciuti intrecciati. Non è mancata inoltre l’impronta collaborativa del Dragone che per voce del Ministero degli Esteri ha riportato che “Washington e Pechino dovrebbero essere partner, non rivali, che collaborino per avere successo e prosperità insieme” e che la loro relazione bilaterale è la più “importante del mondo” (su quest’ultimo punto vi è certezza assoluta).

Credit: Reuters
Tralasciando i consueti convenevoli di rito e i protocolli diplomatici, che cosa si sono detti Donald Trump e Xi Jinping a porte chiuse?
In primo luogo hanno discorso di rapporti commerciali. L’inquilino della White House ha annunciato la conclusione di importanti accordi concernenti l’acquisto cinese di prodotti agricoli americani[2] e di circa 200 aerei Boeing[3] e chip Nvidia oltre ad una maggiore apertura del mercato cinese alle imprese statunitensi. Ma se da una parte vi sono dichiarazioni altisonanti, dalla parte asiatica i media statali non hanno del tutto confermato le prime.
Capitolo Iran.
Entrambe le parti hanno condiviso le aspettative sulla conclusione del conflitto ribadendo anche Pechino la propria opposizione sull’acquisizione di armi nucleari da parte di Teheran. Xi Jinping in realtà non si è sbilanciato sulla questione – come da tradizione mandarina -, limitandosi a confermare il proprio impegno per una soluzione negoziale, mentre l’Amministrazione Trump ha annunciato di star valutando la possibilità di revocare sanzioni contro aziende cinesi acquirenti petrolio iraniano.
Infine la questione più importante, autentica linea rossa per Xi Jinping: Taiwan.
Per la Cina la “riunificazione” con l’Isola di ‘Formosa’ è stata eletta a proposito strategico da ottemperare entro il 2049, centenario dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese di Mao Zedong e gli “avvertimenti” nemmeno tanto velati non sono mancati durante il summit. Come riportato dalla portavoce del Ministero degli Esteri cinese Mao Ning «Il presidente Xi ha sottolineato al Presidente Trump che la questione di Taiwan è il tema più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti. Se verrà gestita correttamente, la relazione bilaterale godrà di una stabilità complessiva. In caso contrario, i due Paesi avranno scontri e persino conflitti, mettendo l’intera relazione in grave pericolo». Sul punto Trump ha glissato affidandosi ad un più diplomatico messaggio del suo staff «Entrambe le parti hanno ribadito le rispettive posizioni di lunga data sulla questione e tutti comprendono la posizione dell’altro».
Sul piano pratico e senza sofismi inopportuni, il summit ha rappresentato il primo passo per la creazione di un Board of Trade[4], un meccanismo atto a gestire le relazioni commerciali tra le due nazioni, ma per quanto riguarda gli altri due temi trattati i due leader si sono ben guardati da approfondirli nel dettaglio. Per quanto riguarda la guerra in Iran, secondo l’emittente Aljazeera, la Cina ha fornito supporto indiretto al regime degli Ayatollah nel conflitto attraverso il trasferimento della componentistica dual use e immagini satellitari[5]. D’altronde Teheran è da decenni un alleato strategico di Pechino. Su Taiwan, come detto, il presidente Trump ha palesato esitazione sul coinvolgimento dell’America nel garantire la sicurezza dell’isola («Non ne parlo, non ne parlo» la sua risposta in conferenza stampa su una supposta analoga domanda di Xi Jinping). Prova ne è la procrastinazione nell’approvazione di un massiccio pacchetto di assistenza militare a Taipei da 14 miliardi di dollari a cui il Congresso aveva dato luce verde nel gennaio 2026, evidentemente per non scontentare il Presidente ospitante. Difatti nel dicembre 2025 Trump aveva approvato un altro pacchetto da 11 miliardi di dollari definito dal tycoon “il più grande della storia” a cui avevano fatto seguito intense esercitazioni militari cinesi nello Stretto di Taiwan. Donald Trump ha chiosato sull’argomento dichiarando che il suo non-impegno nella vendita di armi sarà seguito da scambi con il presidente taiwanese Lai Ching-te, il quale era ovviamente parte “molto interessata” del meeting. Una postura notevolmente differente da quella del suo predecessore, Joe Biden, nel 2022 quando aveva rimarcato l’impegno USA nel difendere l’Isola in caso di invasione.
Non ci vuole molto a comprendere come l’incontro appena descritto abbia rappresentato – sinora – l’evento diplomatico geopolitico del 2026, alla stregua di quello di Anchorage del Ferragosto 2025 tra Trump e Putin terminato quest’ultimo come prevedibile in un vicolo cieco, anche se si potrebbe obiettare che i due leader si erano già incontrati nell’autunno 2025 in Corea del Sud. Vero, ma allora non era in atto la guerra per lo Stretto di Hormuz tra USA e Iran, per quanto dei prodromi fossero già visibili dopo l’attacco americano ai siti nucleari dei Pasdaran nel giugno 2025. La crisi del Golfo Persico attuale coinvolge maggiormente gli interessi economici del Dragone asiatico (abbiamo visto essere un grande importatore del greggio iraniano) rispetto alle indirette (?) conseguenze del conflitto russo-ucraino. Ad esempio, ad opinione dello scrivente come di molti, di certo l’influenza di Pechino deve aver giocato un ruolo fondamentale nella sottoscrizione del Memorandum d’Intesa su Hormuz che ha sancito la tregua siglata tra i due contendenti lo scorso mese di giugno e scaduto il 17 agosto, rigettando lo spettro del caos nella regione come nei primi mesi di conflitto (siamo oramai giunti al 6° mese di guerra).
E come effettivamente si sta palesando in questi ultimi giorni con una ripresa dei combattimenti.
La domanda da porsi è se la Cina sarà in grado nuovamente di frenare Teheran nel suo tentativo di espandere ancora le ostilità agli altri Paesi del Golfo (Qatar e Oman in cima alla lista), bloccando nuovamente lo Stretto Hormuz (è mai stato riaperto?). Una chiusura totale prolungata dello Stretto sarà un problema per l’economia mondiale, anche per Xi Jinping, anche se quest’ultimo non disdegna la “distrazione” americana nello scenario mediorientale. Bisogna sempre ricordare che l’Impero Celeste[6] fa parte dei BRICS+ un raggruppamento di economie mondiali emergenti, formato da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica a cui si sono aggiunti Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran (2024) e Indonesia (2025)[7]. Dal punto di vista economico, questi Paesi si propongono di costruire un sistema commerciale e finanziario globale attraverso accordi bilaterali non basati sul dollaro (dedollarizzazione), ma attraverso il lancio di una nuova moneta, potenzialmente condivisa. In poche parole un sistema in itinere finalizzato a contrastare la supremazia della banconota di Washington, a parere dello scrivente di difficile realizzazione.
Gli USA, invece, nello scenario di Taiwan continuano a mantenere – in questa Amministrazione Trump II – un atteggiamento di prudenza, mai sbilanciato né a difendere apertamente l’Isola Ribelle né a lasciarla facilmente al rivale asiatico. Per intenderci una ripetizione del passaggio di Hong Kong nel 1997 dall’Impero britannico a Pechino per ora non è all’orizzonte. Non è nemmeno da tralasciare l’accordo raggiunto all’inizio di quest’anno tra Washington e Taipei per trasferire il 40% della produzione dei semiconduttori di Taiwan (leader mondiale) sul suolo americano, come dichiarato dal Segretario al Commercio Howard Lutnick.[8]
Da più parti le reazioni a tale mossa sono state molteplici: qualcuno ha considerato l’accordo strategico favorevole al rafforzamento dei legami tra Stati Uniti e Taiwan, altri vedono invece un non così remoto disimpegno di Washington dalla difesa dell’isola, che perderebbe così la sua centralità strategica americana. Difficile fare una previsione in tal senso. Di certo c’è che, allo stato attuale, appare azzardato fare un confronto tra questa relazione a due odierna e quella che fu (USA-Unione Sovietica) che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento.
Questo per diversi ordini di motivi.
Prima di tutto la Cina non ha un’esperienza di guerra come la aveva la Mosca di allora uscita vincitrice dalla Seconda Guerra Mondiale, secondo è un’economia socialista di mercato (cosa che non era l’URSS), quindi interessata a che il mercato economico mondiale si mantenga stabile. Per quanto il gigante asiatico potrebbe farsi ingolosire dalle difficoltà americane nel Golfo Persico e dal sempre meno decisivo supporto a stelle e strisce nel conflitto alle porte dell’Europa, ritengo che Pechino opterà per un riavvicinamento a Taiwan per via diplomatica, mantenendo una posizione silenziosa e attendista come da sua tradizione millenaria. Un antico proverbio mandarino recita “Una testa sana ha la bocca chiusa”. Inutile in questo momento per Xi Jinping dare fuoco alle polveri, nonostante le tensioni tra i propri interessi e gli USA nel “cortile di casa” di questi ultimi – secondo la dottrina Monroe -, vale a dire le Americhe, in particolare Panama e Venezuela . L’andamento del conflitto in Ucraina, in corso da ormai 4 anni e mezzo (54 mesi), deve aver chiaramente suggerito al politburo di Pechino che non è saggio avventurarsi in guerre cosiddette “identitarie” a cuor troppo leggero.
Per Washington l’Indopacifico resta il quadrante comunque più strategico del globo, in virtù di preservare la sua talassocrazia (“dominio dei mari”). Vedasi alla voce: portaerei. Il Dragone dal “Canton suo” (gioco di parole) persegue un gioco su più tavoli cercando di avere più opzioni tattiche disponibili, ma come asseriva Henry Kissinger «La mancanza di alternative schiarisce la mente in maniera incredibile». Le menti di USA e Cina prima o poi si schiariranno.
Il 2049 è ancora lontano, ma non così lontano.
Enrico Andreoli
31 agosto 2026
[1] «China releases white paper on national security», The State Council of People’s Republic of China, 15/05/2026 https://english.www.gov.cn/news/202505/12/content_WS6821a417c6d0868f4e8f279b.html
[2] «US expects ‘double-digit billions’ in Chinese farm purchases after Trump-Xi summit, says Greer», Reuters, 15/05/2026 https://www.reuters.com/world/asia-pacific/us-expects-agriculture-deal-worth-double-digit-billions-after-trump-xi-summit-2026-05-15/
[3] «Trump says China to buy 200 Boeing jets, order could rise up to 750», Reuters, 15/05/2026, https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/trump-says-china-potentially-buy-750-boeing-planes-2026-05-15/
[4] BONG XIN YING, «Proposed US-China ‘Board of Trade’ may steady ties but expectations diverge ahead of Trump-Xi summit», Channel News Asia, 12/05/2026, https://www.channelnewsasia.com/east-asia/us-china-board-trade-investment-trump-xi-beiijing-summit-6100896
[5] JASIM AL-AZZAWI, «The war of signals: How Russia and China help Iran see the battlefield», Aljazeera, 12/03/2026, https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/12/the-war-of-signals-how-russia-and-china-help-iran-see-the-battlefield
[6] Antico nome con cui gli occidentali indicavano la Cina, nato come traduzione dell’espressione cinese Tianchao (“Dinastia Celeste”). Questo termine rifletteva l’idea che l’imperatore cinese fosse il “Figlio del Cielo” e che governasse il mondo per volere divino.
[7] L’acronimo originale “BRIC” fu coniato nel 2001 dall’economista della Goldman Sachs Jim O’Neill per descrivere le economie in rapida crescita che nelle sue previsioni avrebbero dominato collettivamente l’economia globale entro il 2050.
[8] Chip, Taiwan investirà 250 miliardi di dollari per aumentare la capacità produttiva USA, Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia, 19/01/2026 https://www.taiwanembassy.org/it_it/post/6956.html
Immagine background tratta da ANNALISA CHIRICO «Tra Trump e Xi un incontro fondato sul pragmatismo», Fortune Italia, https://www.fortuneita.com/2026/05/14/tra-trump-e-xi-un-incontro-fondato-sul-pragmatismo/ 14/05/2026

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