La nuova Guerra del Golfo

Eravamo ancora emozionati per la cerimonia di chiusura dei Giochi Invernali di Milano-Cortina, tenutasi all’interno dell’Arena di Verona qualche giorno prima, che all’alba di sabato 28 febbraio iniziano a giungere delle immagini dal centro Teheran con una didascalia inequivocabile: USA e Israele attaccano l’Iran. È una mattina assolata e limpida nella capitale iraniana e delle colonne di fumo nero si innalzano al centro della città prendendo il mondo di sorpresa. Nei giorni precedenti a Ginevra (Svizzera) erano in corso dei negoziati tra la delegazione americana e quella della Repubblica islamica per cercare di trovare un compromesso sull’annoso tema del programma nucleare iraniano – tra l’altro in parallelo ai colloqui con le delegazioni ucraine e russe sempre nella città elvetica per l’altro noto conflitto -.

Le aviazioni statunitense ed israeliana hanno avviato una vasta offensiva condotta da velivoli decollati da basi in Medio Oriente e portaerei, definita “Ruggito del Leone” e preparata da tempo – a quanto pare – con dimensioni e intensità molto superiori rispetto all’attacco condotto dall’amministrazione Trump contro i siti nucleari iraniani nel giugno 2025, la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”. Questa volta l’obiettivo è la città di Teheran e altre aree del Paese. Il risultato immediato e più eclatante è stato il bombardamento del compound della guida suprema del regime Ali Khamenei, il quale ha trovato la morte nel raid, sostituito dal figlio Motjaba, non ancora però comparso in pubblico probabilmente perché ferito nell’attacco in discorso secondo diverse fonti. Da un punto di vista prettamente mediatico è stato un colpo impressionante.

E la risposta dell’Iran ovviamente non si è fatta attendere. Il regime dei pasdaran ha iniziato a contrattaccare con il lancio di missili balistici e droni non solamente verso lo Stato ebraico – con il quale era già in corso una escalation missilistica post 7 ottobre 2023 –  bensì anche contro gli alleati americani nel Golfo Persico, vale a dire Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, paesi ospitanti basi statunitensi. Per questi ultimi clientes di Washington si tratta di un inedito assoluto in quanto non erano mai stati trascinati in una simile escalation dal proprio nemico regionale. Gli attacchi di Teheran hanno preso di mira obiettivi militari a Doha, Kuwait City e Riad, ma anche obiettivi civili con i già noti droni Shahed come a Dubai ed Abu Dhabi, determinando anche in questi ultimi casi una paralisi delle attività aeroportuali in una zona del mondo che funge da importantissimo snodo di transito del traffico aereo globale. Lanci di droni si sono registrati anche sull’isola di Cipro, il che ha fatto scattare l’allerta per l’Esercito britannico, il quale in loco ha un’importante base strategica della Royal Air Force ad Akrotiri nel sud dell’isola, mentre dei missili sono stati abbattuti sullo spazio aereo della Turchia dai contingenti NATO (quest’ultima vicenda sempre smentita dal regime scita). Da oltre un mese si susseguono raid di USA e Israele su obiettivi militari ed economici (es: raffinerie) delle Guardie della Rivoluzione con speculare ricambio di cortesia, come detto, da parte iraniana. Tra i vari attacchi, purtroppo, bisogna registrare anche le vittime della scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab nell’Iran meridionale, colpita per errore da un missile americano.[1]

Il 28 marzo un attacco iraniano ha colpito una base americana in Arabia Saudita, ferendo oltre 20 soldati e distruggendo un aereo sentinella USA (U.S. E-3G Sentry Awacs), secondo l’intelligence ucraina con l’aiuto della Russia, la quale avrebbe condiviso immagini satellitari con l’alleato persiano.[2]

Da annotare poi quanto accaduto alla vigilia di Pasqua, tra il 3 e il 4 aprile, quando, dopo l’abbattimento di un F-15E americano in territorio iraniano, è andata in scena una delle più audaci operazioni di ricerca e salvataggio dei due piloti dispersi da parte della US Army. Alla missione, secondo il New York Times e funzionari USA, hanno partecipato a vario titolo centinaia di militari, condotta da un’unità di commando specializzata, supportata da un massiccio dispositivo di copertura aerea. I Pasdaran hanno inviato proprie forze nella regione nel tentativo di ostacolare l’intervento. Secondo le fonti, i caccia dell’Aeronautica statunitense hanno poi condotto attacchi contro le forze locali per impedire loro di raggiungere l’area interessata. Durante l’operazione, le forze iraniane hanno colpito anche un elicottero Blackhawk che partecipava alla missione. I membri dell’equipaggio hanno riportato ferite, ma l’elicottero è riuscito a proseguire il volo.[3]

Una delle principali conseguenze di questa nuova escalation contro il regime persiano è senza dubbio la parziale chiusura dello Stretto di Hormuz che sta mettendo a dura prova l’economia mondiale. Trattasi di un braccio di mare lungo circa 60 chilometri e largo 30 che separa l’Iran, a nord, dalla penisola di Musandam, exclave dell’Oman, a sud, punto di snodo tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Tutto normale se non fosse che da qui transita circa un quarto della produzione globale di petrolio, senza contare il gas naturale liquefatto (ancora più importante dal febbraio 2022). E così il prezzo del greggio nelle borse si infiamma.

Ragione principale per cui negli ultimi giorni Washington e Teheran ufficialmente starebbero cercando di intavolare un negoziato per un cessate-il-fuoco, per ora con scarsi risultati – dopo il primo tentativo di fragile tregua dell’8 aprile, rotta dal massiccio attacco israeliano contro la zona sud di Beirut in Libano, roccaforte di Hezbollah, che ha causato più di 300 morti –  laddove al contempo i secondi chiudono e riaprono ad intermittenza lo Stretto introducendo un pedaggio (nel frattempo alcune petroliere spengono il trasponder cercando di navigare anonimamente per non essere intercettate), mentre i primi, oltre a minacciare una ulteriore escalation, prendono in considerazione la possibilità di inviare fino a 10.000 soldati per impadronirsi della strategica Isola di Kharg situata al centro del Golfo Persico e di conseguenza dello Stretto. L’isola raccoglie il greggio proveniente dai principali giacimenti iraniani – tra cui Ahvaz, Marun e Gachsaran – attraverso una rete di oleodotti che convergono verso i suoi terminali marittimi. Qui il petrolio viene stoccato e caricato su petroliere dirette verso i mercati asiatici. Colpire l’isola significherebbe infliggere un colpo durissimo alle finanze di Teheran, ma allo stesso tempo provocherebbe effetti destabilizzanti sull’intero sistema energetico globale. Questo pare il proposito di Donald Trump per porre fine alle ostilità e costringere il regime a trattare, motivo per il quale l’Iran ha provveduto a minare l’isola, oltreché una parte dello Stretto.

Difficile davvero districarsi in questo coacervo di avvenimenti in continua evoluzione, ma proviamo a porre alcuni punti.

Probabilmente il presidente Trump, ringalluzzito dalla “operazione Maduro” compiuta in Venezuela lo scorso gennaio si attendeva di inserirsi in una guerra-lampo che permettesse con la decapitazione dei vertici del regime, in primis la Guida Suprema, di avviare un rapido cambio di regime nel Paese. Ma l’Iran non è il Venezuela. La Repubblica islamica appare essere molto strutturata in quanto sedimentatasi nella società persiana a partire dal 1979 con la rivoluzione guidata dall’Ayatollah Khomeini che portò al rovesciamento dello Scià di Persia. Inoltre l’inquilino della Casa Bianca deve fare molta attenzione a maneggiare la voce “invio di truppe di terra” poiché la propria base elettorale (MAGA) mal digerirebbe una riedizione della Guerra in Iraq del 2003. Le elezioni di Mid-term del prossimo novembre sconsiglierebbero tale opzione. Ma è anche vero che arrivato a questo punto il presidente americano difficilmente può tirarsene fuori con un semplice Ci siamo sbagliati, la debolezza dell’America agli occhi del mondo non è uno scenario tollerabile evidentemente per il Deep State a stelle e strisce.

E allora che fare?

A parere dello scrivente Trump potrebbe cedere alla opzione dell’invasione dell’Isola di Kharg – con buona pace dei MAGA e dei sondaggi – in modo da costringere la Repubblica islamica a sedersi al tavolo cercando per così dire una “soluzione venezuelana”, id est degli interlocutori dell’attuale regime che siano in grado di accondiscendere a Washington proprio come sta accadendo a Caracas. Gli Stati Uniti, come è noto, considerano l’Iran come una potenza ostile sin dalla citata rivoluzione del 1979, dopo la quale nacque la Repubblica islamica. Nei decenni gli USA hanno adottato con l’Iran una politica oscillante tra confronto e apertura. Da un lato, hanno spesso perseguito il contenimento e l’indebolimento del regime (sanzioni, isolamento diplomatico, pressione militare indiretta), temendone l’ideologia antioccidentale e l’influenza regionale. Dall’altro, in alcuni momenti – soprattutto attorno al dossier nucleare – hanno cercato canali di dialogo che portarono all’accordo del 2015 (JCPOA), visto come un tentativo di integrare l’Iran in un quadro negoziale, limitandone le ambizioni nucleari in cambio dell’allentamento della morsa sanzionatoria occidentale contro la Repubblica islamica.[4]

Non poteva di certo sfuggire – anche ai meno informati – che la tensione tra Stati Uniti e Iran equivalesse ad una pentola a pressione ultra-quarantennale pronta ad esplodere, i cui prodromici “sbuffi” (Siria di Assad, Hamas, Hezbollah e Houthi) erano già stati notevolmente ridimensionati da Gerusalemme e Washington nel biennio appena trascorso.

Diversa è la prospettiva di Israele. La priorità del premier israeliano Benjamin Netanyahu è quella perlomeno di indebolire ulteriormente le velleità nucleari e la dotazione di missili balistici del regime in quanto considera Teheran un proprio nemico esistenziale dai primordi degli anni ’80. Fine ultimo: il cambio di regime per consentire al Medio Oriente di avere un assetto securitario più stabile (occorre rammentare che fino al 1979 lo Stato ebraico e l’Iran dello Scià erano “alleati”). Senza contare che da circa un mese e mezzo, come visto, lo Stato ebraico ha avviato una palese resa dei conti contro Hezbollah nel sud del Libano, aprendo al contempo a negoziati con il Governo di Beirut deputato a disarmare il gruppo armato scita. Interessante che in difesa degli Stati del Golfo, divenuti da subito bersagli dei temibili droni di fabbricazione iraniana, siano accorsi in aiuto circa 200 addestratori inviati dal presidente ucraino Zelensky per insegnare a sauditi, qatarini ed emiratini come utilizzare gli innovativi ed economici droni intercettori Made in Ukraine capaci di neutralizzare la minaccia Shahed, ben nota da ormai più di 4 anni nel Bassopiano sarmatico. Non da ultimi, sono stati siglati recentemente proprio degli accordi in tema di difesa tra Kyiv e Riad, Doha ed Abu-Dhabi. Allo stato attuale l’esercito ucraino è l’unico al mondo – al di sopra anche di quello israeliano – con un’esperienza sul campo a 360° in tema di droni. Esperienza utile di sicuro anche per l’esercito americano. Pare che Zelensky ora abbia le carte (cit.).

Capitolo diritto internazionale. Come noto, il multilateralismo vive da decenni una crisi probabilmente quasi irreversibile – non alla stregua della «morte cerebrale della NATO» di macroniana memoria, peraltro rianimata nel 2022 dall’invasione di Vladimir Putin -, ma di sicuro , se eccepiamo i suoi nobili scopi umanitari e di difesa dell’ambiente (non tutto è da buttare), a livello politico la dimensione onusiana non gode di ottima salute (il nome palazzo di ‘Vetro’ potrebbe evocare la fragilità dei rapporti tra le Nazioni, ndr). Non stiamo parlando di una eutanasia – termine che non fa impazzire lo scrivente –  delle Nazioni Unite, ma di certo nel corso dei decenni successivi alla propria istituzione (San Francisco, 1945) il Consiglio di Sicurezza – deputato alla risoluzione delle crisi internazionali – assumeva la veste più di una animosa assemblea di condominio della Guerra Fredda e Post-Guerra Fredda con assurdi veti incrociati che conducevano (e conducono) sempre in vicoli ciechi. La domanda è: può una superpotenza cosciente di sé rinunciare alla propria deterrenza? Di certo l’ONU (o UN secondo l’anglofonia) ha bisogno di una profonda riforma interna per poter essere ancora credibile, laddove le grandi potenze fungano da tutor illuminati per il resto del Pianeta.

La verità è che stiamo assistendo in questi ultimi venti anni ad un ridisegno degli equilibri mondiali, come sempre accaduto nella storia dell’umanità. E la matita sta passando per Teheran in questa, da alcuni chiamata, “Terza Guerra del Golfo”.

Enrico Andreoli

10 aprile 2026

 

[1] JULIAN E. BARNES, ERIC SCHMITT, TYLER PAGER, MALACHY BROWNE and HELENE COOPER, «U.S. at Fault in Strike on School in Iran, Preliminary Inquiry Says», The New York Times, 11/03/2026 https://www.nytimes.com/2026/03/11/us/politics/iran-school-missile-strike.html

[2] HENRY BODKIN, «How Iran destroyed US base’s $500m battlefield nerve centre». The Telegraph, 29/03/2026 https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/03/29/how-iran-destroyed-500m-battlefield-nerve-centre-at-us-base/

[3] RAINEWS, «Le forze speciali Usa recuperano il pilota disperso», 05/04/2026 https://www.rainews.it/articoli/2026/04/recuperato-dalle-forze-usa-il-pilota-disperso-trump-operazione-audace–f6195247-876c-47bc-9111-d76132f75029.html

[4] FRANCESCO PETRONELLA, BEATRICE PISTOLA, «Attacco di Usa e Israele all’Iran», ISPI, 28/02/2026, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/attacco-di-usa-e-israele-alliran-7-grafici-per-capire-come-siamo-arrivati-fin-qui-228651?gad_source=1&gad_campaignid=20677128474&gclid=EAIaIQobChMIzqLT4Nm_kwMVSp2DBx1hCBwyEAAYASAAEgJo-vD_BwE

 

                 Stretto di Hormuz


          

 

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