Eravamo ancora tutti costernati per la tragedia avvenuta a Capodanno nel locale Le Constellation a Crans Montana (Svizzera), increduli che il 2026 potesse iniziare in questo modo, che un altro avvenimento – non del tutto inaspettato a dire il vero – ha squarciato in modo roboante questo inizio di secondo quarto del XXI° secolo (dal corrente mese siamo difatti più vicini al 2050 che al 2000).
Alle 2.00 di notte (ore 7.00 italiana) di sabato 3 gennaio gli USA hanno attaccato il Venezuela, precisamente la capitale Caracas, e catturato il presidente Nicolas Maduro insieme alla moglie Cilia Flores nell’ambito dell’Operazione Absolute Resolve (Determinazione Assoluta) con attacchi e conseguenti forti esplosioni contro le postazioni militari del regime provocando circa un centinaio di vittime.
Maduro e la moglie sono stati prelevati durante il sonno, direttamente dalla loro camera da letto e detenuti a bordo della nave americana Iwo Jima per essere poi condotti a New York dove li attendevano le incriminazioni per cospirazione per narcotraffico e terrorismo, cospirazione per l’importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e ordini esplosivi contro gli Stati Uniti. Il raid statunitense si inserisce nell’operazione a più ampio spettro ri-denominata “Southern Spear” contro il narcotraffico ingaggiata dall’amministrazione Trump negli scorsi mesi nel mar dei Caraibi, bombardando ed affondando numerose imbarcazioni fortemente sospettate di importare droga dal regime di Maduro.
Nel titolo si è scelto di inserire le virgolette nel verbo ‘attaccare’ in quanto normalmente è opinione molto comune che quando un Paese prende di mira un altro Paese si sottintenda il fatto che truppe del primo possano invadere il territorio di un secondo – come accaduto il 24 febbraio 2022 – oppure che il primo possa colpire il secondo solamente dal cielo – pensiamo allo scambio di “cortesie missilistiche” tra Israele ed Iran nel corso del 2024 o al bombardamento americano dei siti nucleari del regime di Teheran avvenuto nel giugno 2025. Il caso venezuelano forse rientra più in una sorta di ibrido tra queste due situazioni, in quanto trattatosi di una vera e propria incursione o blitz di Forze Speciali.
E trattasi di un caso di déjà vu, poiché esattamente il medesimo giorno del 1990 le forze americane catturarono l’impopolare dittatore di Panama, Manuel Noriega, e lo condussero in patria per affrontare a sua volta accuse di narcotraffico[1]. Presidente di allora: George H.W. Bush o Bush “Padre”, quello della Guerra del Golfo del 1991 susseguente all’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein avvenuta il 2 agosto 1990 per intenderci.
L’operazione a Caracas è iniziata alle 4.46 (ora italiana) quando il presidente USA Donald Trump ha dato il via libera. Il capo di Stato maggiore congiunto americano, Dan Caine, ha esposto che in totale sono stati dispiegati oltre 150 velivoli: bombardieri, caccia, aerei di intelligence, sorveglianza e ricognizione, elicotteri e droni. La forza operativa che ha raggiunto il complesso del presidente Maduro è stata protetta da Marines, Marina, Aeronautica e Guarda nazionale aerea, smantellando e disabilitando a mano a mano i sistemi di difesa aerea venezuelani garantendo così il passaggio sicuro degli elicotteri che hanno provveduto al trasporto dei prigionieri. La cattura dell’ex (a questo punto) presidente venezuelano è stata resa possibile dalla CIA, secondo quanto riportato da fonti di Washington, la quale ha potuto localizzare con esattezza l’ubicazione del leader chavista, preparando il raid già a metà del mese di dicembre. L’attacco sarebbe stato condotto con elicotteri MH-47 Chinooks della 160mo Special Operations Aviation Regiment, l’unità di elicotteri delle forze speciali, la stessa che aveva preso parte all’Operazione Neptune Spear contro il complesso di Osama bin Laden, come riportano i media americani. Tra i principali siti colpiti a Caracas ci sono il Cuartel de la Montaña, dove si trova il mausoleo di Chavez, e il Palacio Federal Legislativo. Gli altri sono militari: La Carlota, una delle basi più importanti del Paese; la cittadella militare Fuerte Tiuna ed El Hatillo, sede di un aeroporto e di un eliporto. Fuori dalla capitale è stata colpita un’altra base militare, quella di Barquisimeto.[2] Secondo l’agenzia di stampa Associated Press le esplosioni avvenute in Venezuela sarebbero state almeno sette, in mezz’ora. Sarebbero cinque le aree colpite: oltre alla capitale Caracas, la base militare di Fuerte Tiuna (centro nevralgico della difesa venezuelana), oltre a obiettivi nelle aree di Miranda (porto), La Guaira (base aerea) e Aragua.
Addentriamoci ora più sul piano politico di questa – ripeto – “non inaspettata” operazione americana.
Non inaspettata poiché era da settimane che il presidente Trump minacciava non troppo velatamente il suo omologo venezuelano, perorando come da tradizione a stelle e strisce la cosiddetta “dottrina Monroe” che prende il nome dall’omonimo Presidente USA, il quale nel 1823 sostanzialmente stabilisce la supremazia degli Stati Uniti nelle Americhe (avviso per Cuba?). In altre parole un NIMBY[3] geopolitico americano rivolto ai noti competitors globali, Cina e Russia, che negli ultimi anni avevano intrattenuto intensi rapporti commerciali e militari sul nascere con il regime di Maduro. Ed è proprio questo secondo ultimo aspetto che deve aver fatto rompere gli indugi all’inquilino della Casa Bianca.
Da più parti si sono levate diverse voci ravvisando nell’intervento americano una chiara violazione del diritto internazionale. Vero, sul piano meramente formale ed oggettivo è stato così non vi è dubbio – come altre volte in passato è accaduto da parte delle superpotenze globali – ma il diritto internazionale è impossibile valutarlo ed analizzarlo solamente come una definizione acriticamente scolpita sulla pietra. Il diritto internazionale è anche “vivo”, nel bene e nel male (purtroppo). Molti analisti, pur concordando nella empirica violazione della sovranità del Venezuela, non hanno potuto fare a meno di domandarsi se il presidente Nicolas Maduro (in carica dal 2013) fosse legittimato a guidare il paese sudamericano dopo le elezioni 2024 vinte dall’opposizione della premio Nobel ed esule Maria Corina Machado.
La risposta ovviamente è no.
Nel caso del raid statunitense dello scorso 3 gennaio non siamo di fronte ad un’invasione massiccia come avvenuto nel febbraio 2022 nel Vecchio Continente, bensì ad un intervento mirato ad installazioni militari e del regime, e alla rimozione di un presidente considerato illegittimo dalla maggioranza dei cittadini venezuelani (molti di questi fuggiti all’estero negli ultimi dieci anni) e non solo. Come sappiamo gli americani non sono nuovi a raid del genere, come il caso del citato Noriega. Lo stesso presidente Trump, per non scontentare la sua base elettorale interna MAGA – il cui mantra è il non invio di truppe USA in giro per il mondo – negli ultimi anni ha sempre prediletto degli interventi specifici. Si ricordi ad esempio l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani avvenuto ad opera di un drone statunitense all’aeroporto internazionale di Baghdad (Iraq), il 3 gennaio 2020 – data probabilmente a questo punto non più casuale. Ordine partito direttamente dalla White House.
Si potrebbe dire che la cattura di Maduro, non avendo al momento destabilizzato il paese in quanto non tramutatosi in una guerra aperta, parrebbe essere stato un “male necessario” per consentire al popolo venezuelano almeno di provare ad avere una chance di democrazia nella fase post-regime, come dimostra la liberazione dei prigionieri politici dalle carceri venezuelane degli ultimi giorni, tra cui gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò. Meglio utilizzare il condizionale poiché attualmente a reggere il paese ad interim è la vice presidente del regime Delcy Rodriguez sempre su supervisione americana. Appare chiaro che la seconda amministrazione Trump non vuole commettere lo stesso errore che commise George W. Bush nel 2003 durante l’invasione dell’Iraq smantellando completamente l’esercito di Saddam Hussein e contribuendo al caos di quella regione degli anni successivi. Ovviamente l’amministrazione americana – nella conferenza stampa del presidente USA tenutasi poche ore dopo l’operazione – non ha fatto mistero che l’argomento petrolio possa rientrare appieno nelle motivazioni che hanno spinto il Tycoon ad agire. “Abbiamo investito un sacco di soldi in infrastrutture in Venezuela. Nessuno può rubare quello che è del popolo statunitense” le parole di Donald Trump riferendosi alle infrastrutture costruite dalle multinazionali americane nel corso dei decenni e nazionalizzate dall’ex presidente Hugo Chavez. Il Venezuela, quindi, si avvia a essere retto da Washington sulla falsariga di quanto già pianificato per Gaza. Il tutto “fino a che non saranno aggiornate le infrastrutture petrolifere del Paese. Il petrolio è molto pericoloso da maneggiare, gli impianti sono vecchi e un sacco di persone sono morte”. Della squadra che andrebbe a governare il Paese – non si sa quanto a lungo, come emerso dalla risposta a precisa domanda dei cronisti – dovrebbe far parte anche una rappresentanza delle multinazionali degli idrocarburi.[4]
Non può nemmeno sfuggire che un’operazione del genere non possa nemmeno non avere una valenza di avvertimento nei confronti di altri scenari, in atto e potenziali come Ucraina e Taiwan. Non è un caso difatti che lo scorso 7 gennaio il portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning, abbia affermato che “Il Venezuela è uno Stato sovrano con piena e permanente sovranità sulle sue risorse naturali e sulle sue attività economiche e le richieste Usa violano il diritto internazionale, ledono la sovranità e minano i diritti del popolo venezuelano“. Il riferimento è alle affermazioni del presidente americano Donald Trump secondo cui gli Stati Uniti otterranno 50 milioni di barili di petrolio, in precedenza sanzionato, che saranno venduti da Washington, in parte probabilmente alla Cina. Pechino ha finora comprato il 90% circa del greggio annuale prodotto da Caracas. Ha aggiunto Mao Ning che “i diritti e gli interessi legittimi” di Pechino nel Paese caraibico “devono essere salvaguardati“. Tensione salita anche con il Cremlino dopo l’abbordaggio avvenuto sempre lo scorso 7 gennaio della petroliera russa “Bella 1/Marinera” nell’Oceano Atlantico da parte della Guardia Costiera e forze americane speciali militari.
Il diritto internazionale nasce principalmente da due tipi di fonti: pattizie (trattati e accordi tra Stati) e consuetudinarie (prassi costante degli Stati accompagnata dalla convinzione che sia obbligatoria). Ha ricevuto nuovo vigore dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 cercando di farsi strada nella fase globalizzata e multipolare del mondo di questi ultimi trent’anni, durante i quali la Cina entrava a far parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001. Ha subìto diverse cicatrici più o meno visibili (Guerra in Iraq del 2003, i bombardamenti NATO del 1999 su Belgrado e del 2011 su Tripoli – basata quest’ultima sulla risoluzione ONU n.1973/2011 – sono da sempre oggetto di controversia). L’intervento americano in Afghanistan del 2001 era stato giustificato dall’articolo 5 della NATO in conseguenza all’attacco considerato “armato” sul territorio di una nazione appartenente all’Alleanza Atlantica avvenuto l’11 settembre 2001. Interpretazione corretta.
Il diritto internazionale ha la primazia, ma è sempre buona prassi rammentare un famoso aforisma di Winston Churchill per comprendere il consueto pragmatismo di Washington in questa Nuova Guerra Fredda – iniziata nel 2022 o nel 2014 a seconda delle correnti di pensiero – «Gli americani faranno sempre la cosa giusta, dopo aver esaurito tutte le alternative».
Due considerazioni dello scrivente.
La prima è che le organizzazioni internazionali contemporanee come l’ONU sono nate in seguito ad un ‘intervento di forza’ delle truppe americane durante la Seconda Guerra Mondiale. La seconda è che la rimozione di dittatori sanguinari non sempre nasce da movimenti intestini all’interno dei Paesi coinvolti – vedi nell’ex Cortina di Ferro -, ma a volte viene eterodiretta dall’esterno in modo mirato senza esportare democrazia o decidere invasioni sciagurate (qualcuno lo chiama diritto di golpe per rimuovere i dittatori illegittimi). Certo è che il diritto internazionale non è un vestito che si può indossare di volta in volta e a seconda di chi lo rivendica possa apparire più luccicante o meno. Il diritto internazionale è semplicemente l’argine dell’essere umano alla tentazione di farsi la guerra e la speranza di libertà. E talvolta in questo secondo caso può subire una sospensione temporanea circoscritta.
Chiedere al popolo venezuelano.
Enrico Andreoli
14 gennaio 2026
[1] FRANK LANGFITT, A tale of 2 U.S. interventions and why Venezuela is not Panama 2.0 04/01/2026 www.npr.org
[2] Venezuela, cattura Maduro: da blitz Usa in camera al viaggio in nave per Ny https://tg24.sky.it/mondo/2026/01/03/venezuela-esplosioni-oggi
[3] Acronimo di “Not In My Back Yard“, “Non nel mio cortile”. Termine che descrive la protesta dei residenti locali contro la costruzione di opere o infrastrutture necessarie per la comunità, come discariche, termovalorizzatori, centrali elettriche o alloggi, ma che percepiscono come potenzialmente dannose per l’ambiente, la salute o il valore delle loro proprietà.
[4] ANTONIO PIEMONTESE, Gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela e catturato Nicolás Maduro che ora è in carcere a New York, 04.01.2026 https://www.wired.it/article/venezuela-stati-uniti-attacco-cattura-maduro/





